Negli ultimi quattro anni il panorama bancario italiano è stato dominato da notizie di fusioni, sinergie e ristrutturazioni operative. Tuttavia, un elemento cruciale – il credito concesso a famiglie e imprese – ha ricevuto poco spazio mediatico, nonostante sia il fulcro della trasmissione della politica monetaria all’economia reale.
Il dato più sorprendente riguarda la capacità delle banche di generare profitti sostanziosi senza aumentare i volumi di impiego. Questo fenomeno è strettamente legato al rialzo dei tassi della BCE, che ha trasformato i margini d’interesse in una vera e propria miniera d’oro per il settore.
Utili record: l’effetto dei tassi della BCE
Dal 2022 al 2025 i tassi di riferimento sono passati da quasi lo zero a oltre il 4%, facendo schizzare il margine d’interesse del sistema da 45 miliardi a 60 miliardi di euro. Tale incremento ha permesso alle banche di aumentare il proprio ROE dal 5% del 2019 a quasi 14% nel 2025, senza dover erogare nuovi prestiti. In pratica, per ogni migliaio di euro prestati, le banche hanno incassato più di 30 euro di interessi, una dinamica che ha ridotto le esigenze di capitale e migliorato i coefficienti patrimoniali.
Un margine d’interesse cresciuto del 30% in quattro anni
Il loan-to-deposit ratio medio italiano si attesta intorno all’80-85%, uno dei più bassi in Europa. Con i depositi a costo quasi nullo (intorno allo 0,3% per i conti correnti liberi) le banche hanno potuto massimizzare la differenza tra tassi attivi e passivi, ampliando la forbice di profitto senza dover ricorrere a maggiori volumi di credito.
Credito a famiglie e imprese in contrazione
Le statistiche dell'ABI mostrano che lo stock totale dei prestiti è sceso da 1.348 trilioni a 1.307 trilioni di euro, una perdita di 41 miliardi (-3% in termini cumulativi). Il calo è stato più marcato nel segmento imprese, con una riduzione di 61 miliardi, compensata solo da un modestissimo aumento di 20 miliardi nei mutui alle famiglie. A settembre il tasso medio sui nuovi mutui era del 3,61% e quello sui finanziamenti alle imprese del 3,77%, valori destinati a crescere con il nuovo ciclo di rialzo dei tassi.
Pressioni sul RWA e sul CET1
Meno credito implica un minore valore di risk-weighted assets (RWA), il che si traduce in un aumento del coefficiente di capitalizzazione CET1. Questo effetto “a costo zero” ha ulteriormente alimentato la capacità delle banche di mantenere elevati livelli di utili, riducendo al contempo il rischio di sofferenze future.
Impatto della nuova tassazione sulla crescita del credito
La recente manovra fiscale prevede un contributo extra di circa 5,8 miliardi di euro per il 2027, attraverso un aumento dell'IRES di tre punti, modifiche alle DTA, restrizioni alla deducibilità Irap e l'inasprimento della Tobin Tax. Sebbene l'obiettivo sia raccogliere entrate da un settore in congestione di profitti, l'ulteriore onere potrebbe spingere le banche a ridurre ancora di più la concessione di prestiti, minando la dinamica di crescita del credito al consumo e alle imprese.
Se le banche dovessero assorbire questi costi senza trasferirli completamente sui clienti, potrebbero ridurre la remunerazione dei prodotti di credito, aumentare i requisiti di capitale o restringere ulteriormente la disponibilità di liquidità per i nuovi finanziamenti. In un contesto di crescita del PIL al di sotto dell'1% e di trasformazione del mercato del lavoro da parte dell'intelligenza artificiale, tale contrazione del credito rischia di amplificare la stagnazione economica.
Il settore bancario italiano sta vivendo una fase di profitti straordinari, alimentati quasi esclusivamente dal differenziale dei tassi. Parallelamente, la concessione di credito a famiglie e imprese è in netto calo, una tendenza che potrebbe essere accentuata da ulteriori misure fiscali. La sfida per i prossimi anni sarà trovare un equilibrio tra la redditività delle banche e la necessità di mantenere vivo il canale di finanziamento verso l'economia reale.



