Il credito IVA non dichiarato può diventare un vero e proprio incubo per i contribuenti. L’Agenzia delle Entrate ha strumenti potenti per recuperare quanto dovuto, ma è importante conoscere i propri diritti per evitare sanzioni ingiuste.
In questo articolo esploreremo come l’Agenzia delle Entrate gestisce il credito IVA non dichiarato, quali sono le nuove regole per la detrazione IVA e cosa succede se il commercialista sbaglia la dichiarazione dei redditi.
Il recupero del credito IVA non dichiarato
Il credito IVA maturato in un periodo d’imposta per il quale è stata omessa la dichiarazione annuale non può essere portato direttamente in detrazione nell’anno successivo. L’Agenzia delle Entrate può rilevare l’anomalia attraverso il controllo automatizzato della dichiarazione e procedere all’iscrizione a ruolo, senza necessità di emanare preventivamente un avviso di accertamento.
Resta comunque ferma la possibilità per il contribuente di dimostrare, nel corso del giudizio, che il credito IVA esiste effettivamente e che ne ricorrono i requisiti sostanziali. Questo significa che, anche se l’Agenzia delle Entrate ha emesso una cartella esattoriale, il contribuente può ancora difendersi dimostrando la legittimità del credito IVA.
Le nuove regole per la detrazione IVA
Il decreto legislativo 7 agosto 2026, n. 148 ha ampliato significativamente i termini per esercitare il diritto alla detrazione IVA. L’articolo 12 modifica gli articoli 19 e 25 del Dpr 26 ottobre 1972, n. 633, riportando il sistema verso un orizzonte temporale più ampio rispetto alla disciplina introdotta nel 2017.
Il nuovo articolo 19 stabilisce che il diritto alla detrazione può essere esercitato, al più tardi, con la dichiarazione relativa al secondo anno successivo a quello in cui il diritto è sorto. Parallelamente, l’articolo 25 consente l’annotazione delle fatture entro il termine di presentazione della dichiarazione annuale relativa al secondo anno successivo a quello di ricezione del documento.
Questa modifica ha effetti pratici importanti per le fatture ricevute in ritardo e per quelle “a cavallo d’anno”. L’eliminazione del riferimento al “medesimo anno” consente, in presenza delle condizioni richieste, di imputare la detrazione all’anno in cui il diritto è sorto anche se la fattura è ricevuta nell’anno successivo, purché il documento pervenga entro il termine della relativa dichiarazione annuale e venga correttamente registrato.
La responsabilità del contribuente per gli errori del commercialista
Affidare la propria contabilità a un esperto è una scelta comune per milioni di italiani che desiderano dormire sonni tranquilli. Tuttavia, questa delega non crea uno scudo totale contro le possibili contestazioni dello Stato. Una domanda sorge spontanea quando arriva una cartella esattoriale inaspettata: chi paga se il commercialista sbaglia la dichiarazione dei redditi?
Il sistema tributario italiano si fonda sul principio della responsabilità personale del contribuente. Quando una dichiarazione risulta infedele o incompleta, l’amministrazione finanziaria si rivolge direttamente al soggetto che ha percepito i redditi. La Cassazione ha stabilito che affidare la presentazione della documentazione fiscale a uno studio abilitato o a un CAF non esonera il titolare dal rapporto con il fisco.
Esiste infatti un dovere di controllo sull’operato dei professionisti che richiede il massimo scrupolo e zelo. L’errore materiale o la svista del consulente non interrompono il legame tra l’infrazione e il contribuente. Se il modello inviato contiene dati non corretti, come l’indicazione di un credito IVA inesistente, la sanzione colpisce chi beneficia, almeno sulla carta, di quella dichiarazione.
Il cittadino deve quindi verificare che quanto riportato nei moduli corrisponda alla propria reale situazione economica, poiché agli occhi dello Stato lui resta l’unico interlocutore responsabile.



