Nel corso del 2026 un’indagine condotta su 1.800 famiglie titolari di conto corrente ha delineato un panorama finanziario contraddittorio: se da un lato la propensione al risparmio rimane stabile, dall’altro la avversione al rischio raggiunge il valore più alto mai registrato. I dati mostrano che il 56% degli intervistati è riuscito a mettere da parte una quota pari all’11,9% del reddito disponibile, ma la fiducia nelle prospettive economiche è scesa al di sotto del 35%.
Questa disconnessione tra accumulo di liquidità e fiducia sul futuro si traduce in un comportamento difensivo molto marcato. Solo il 28% delle famiglie considera il risparmio indispensabile mentre la paura di eventi imprevisti è la motivazione principale (40%). Altri motivi includono la pensione (19%) e l’acquisto di una casa (19%). Nonostante la consapevolezza, l’adozione di strumenti di protezione, come le assicurazioni, rimane molto bassa: meno di un terzo delle famiglie ha sottoscritto una polizza vita e solo il 16,9% dispone di copertura sanitaria.
Crescita del risparmio e calo della fiducia
Il valore medio dell’avversione al rischio, calcolato come rapporto tra chi non vuole correre rischi e chi, invece, è disposto a farlo, ha toccato 33,6, superando di gran lunga i 8,1 registrati nel 2017. Parallelamente, la propensione a investire in strumenti protetti dal capitale è scesa al 48,8%, la prima volta al di sotto della maggioranza assoluta. Questo trend evidenzia un forte spostamento verso la liquidità: il 18,7% dei risparmiatori preferisce mantenere i soldi in conti correnti o libretti, una scelta alimentata dall’insicurezza inflazionistica.
Motivazioni di risparmio e uso limitato delle assicurazioni
Nonostante l’elevata percezione del rischio l’investimento in prodotti assicurativi resta marginale. Le polizze di long-term care fondamentali per una popolazione che invecchia, sono sottoscritte da appena il 13,9% delle famiglie. Tra i motivi dichiarati per la non adozione spiccano la mancanza di liquidità e la scarsa conoscenza dei benefici fiscali, con il 68,7% dei partecipanti che non riconosce nemmeno le agevolazioni legate alla previdenza complementare.
Avversione al rischio al livello più alto: il profilo generazionale
Il paradosso più sorprendente riguarda i giovani: gli adulti tra i 18 e i 24 anni sono i più cauti, con 84 persone che rifiutano il rischio per ogni singola che lo accetta. Questo contrasta con la teoria del ciclo di vita, secondo cui i più giovani dovrebbero essere più propensi a investire sul lungo periodo. Le generazioni più anziane mostrano una leggera apertura, ma la differenza resta significativa.
Differenze di genere e di condizione occupazionale
Le donne manifestano un tasso di avversione al rischio del 41,9%, rispetto al 27,6% degli uomini. La situazione è ancora più accentuata tra i disoccupati (113,9) e tra le persone con un livello di istruzione più basso (111,4). Questi gruppi tendono a concentrare il loro patrimonio in forme liquide, evitando investimenti più rischiosi ma potenzialmente più remunerativi.
Scarsa diversificazione e alfabetizzazione finanziaria
Il 72% degli investitori possiede portafogli poco o per nulla diversificati, una realtà in netta contraddizione con la loro dichiarata avversione al rischio. Solo il 36% è consapevole che un fondo azionario è meno rischioso rispetto all’acquisto di una singola azione, segno di un livello di alfabetizzazione finanziaria ancora fragile.
Preferenze per la liquidità e ruolo delle banche
Il gestore della banca è ritenuto il consulente più affidabile dal 47% dei risparmiatori, mentre la quota di chi si affida a consulenti indipendenti o private banker è cresciuta dal 10% al 16% negli ultimi due anni. Nonostante l’aumento dell’uso di canali digitali, la banca resta il punto di riferimento principale per la scelta degli strumenti di investimento.
Concentrazione della ricchezza: il divario tra le famiglie più ricche e il resto
Un’analisi separata evidenzia che il 10% delle famiglie più abbienti detiene il 60,6% della ricchezza netta nazionale, un incremento rispetto al 52% del 2010. La ricchezza totale delle famiglie italiane ammonta a 11.333 miliardi di euro, ma la crescita reale è stata contenuta, con una lieve flessione al netto dell’inflazione. Questa concentrazione accentua la disparità economica e rende più difficile una diffusione equa dei benefici derivanti da eventuali riprese di mercato.



