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16 Settembre 2026

Rischio record e risparmio prudente: i dati del 2026 sugli italiani

Il risparmio italiano cresce, ma la paura del rischio spinge a tenere i soldi fermi, lasciando la ricchezza nelle mani di pochi.

Rischio record e risparmio prudente: i dati del 2026 sugli italiani

Nel corso del 2026 un’indagine condotta su 1.800 famiglie titolari di conto corrente ha delineato un panorama finanziario contraddittorio: se da un lato la propensione al risparmio rimane stabile, dall’altro la avversione al rischio raggiunge il valore più alto mai registrato. I dati mostrano che il 56% degli intervistati è riuscito a mettere da parte una quota pari all’11,9% del reddito disponibile, ma la fiducia nelle prospettive economiche è scesa al di sotto del 35%.

Questa disconnessione tra accumulo di liquidità e fiducia sul futuro si traduce in un comportamento difensivo molto marcato. Solo il 28% delle famiglie considera il risparmio indispensabile mentre la paura di eventi imprevisti è la motivazione principale (40%). Altri motivi includono la pensione (19%) e l’acquisto di una casa (19%). Nonostante la consapevolezza, l’adozione di strumenti di protezione, come le assicurazioni, rimane molto bassa: meno di un terzo delle famiglie ha sottoscritto una polizza vita e solo il 16,9% dispone di copertura sanitaria.

Crescita del risparmio e calo della fiducia

Il valore medio dell’avversione al rischio, calcolato come rapporto tra chi non vuole correre rischi e chi, invece, è disposto a farlo, ha toccato 33,6, superando di gran lunga i 8,1 registrati nel 2017. Parallelamente, la propensione a investire in strumenti protetti dal capitale è scesa al 48,8%, la prima volta al di sotto della maggioranza assoluta. Questo trend evidenzia un forte spostamento verso la liquidità: il 18,7% dei risparmiatori preferisce mantenere i soldi in conti correnti o libretti, una scelta alimentata dall’insicurezza inflazionistica.

Motivazioni di risparmio e uso limitato delle assicurazioni

Nonostante l’elevata percezione del rischio l’investimento in prodotti assicurativi resta marginale. Le polizze di long-term care fondamentali per una popolazione che invecchia, sono sottoscritte da appena il 13,9% delle famiglie. Tra i motivi dichiarati per la non adozione spiccano la mancanza di liquidità e la scarsa conoscenza dei benefici fiscali, con il 68,7% dei partecipanti che non riconosce nemmeno le agevolazioni legate alla previdenza complementare.

Avversione al rischio al livello più alto: il profilo generazionale

Il paradosso più sorprendente riguarda i giovani: gli adulti tra i 18 e i 24 anni sono i più cauti, con 84 persone che rifiutano il rischio per ogni singola che lo accetta. Questo contrasta con la teoria del ciclo di vita, secondo cui i più giovani dovrebbero essere più propensi a investire sul lungo periodo. Le generazioni più anziane mostrano una leggera apertura, ma la differenza resta significativa.

Differenze di genere e di condizione occupazionale

Le donne manifestano un tasso di avversione al rischio del 41,9%, rispetto al 27,6% degli uomini. La situazione è ancora più accentuata tra i disoccupati (113,9) e tra le persone con un livello di istruzione più basso (111,4). Questi gruppi tendono a concentrare il loro patrimonio in forme liquide, evitando investimenti più rischiosi ma potenzialmente più remunerativi.

Scarsa diversificazione e alfabetizzazione finanziaria

Il 72% degli investitori possiede portafogli poco o per nulla diversificati, una realtà in netta contraddizione con la loro dichiarata avversione al rischio. Solo il 36% è consapevole che un fondo azionario è meno rischioso rispetto all’acquisto di una singola azione, segno di un livello di alfabetizzazione finanziaria ancora fragile.

Preferenze per la liquidità e ruolo delle banche

Il gestore della banca è ritenuto il consulente più affidabile dal 47% dei risparmiatori, mentre la quota di chi si affida a consulenti indipendenti o private banker è cresciuta dal 10% al 16% negli ultimi due anni. Nonostante l’aumento dell’uso di canali digitali, la banca resta il punto di riferimento principale per la scelta degli strumenti di investimento.

Concentrazione della ricchezza: il divario tra le famiglie più ricche e il resto

Un’analisi separata evidenzia che il 10% delle famiglie più abbienti detiene il 60,6% della ricchezza netta nazionale, un incremento rispetto al 52% del 2010. La ricchezza totale delle famiglie italiane ammonta a 11.333 miliardi di euro, ma la crescita reale è stata contenuta, con una lieve flessione al netto dell’inflazione. Questa concentrazione accentua la disparità economica e rende più difficile una diffusione equa dei benefici derivanti da eventuali riprese di mercato.

Autore

Niccolò Conforti

Niccolò Conforti ha seguito il lancio di una startup napoletana in un incontro al Centro Direzionale, sostenendo una linea editoriale pro-innovazione nel settore fintech. Analista fintech, porta un dettaglio biografico: mantiene un registro delle prime pitch a cui ha assistito a Napoli.