L’Italia sta vivendo una profonda trasformazione tecnologica, con la digitalizzazione che si diffonde in quasi tutti i settori economici. Tuttavia, il nostro Paese continua a mostrare una debolezza strutturale negli investimenti in ricerca e sviluppo che lo mantiene distante dalle principali economie dell’Unione europea.
Negli ultimi anni, il sistema produttivo italiano ha visto un aumento significativo della spesa in ricerca e sviluppo, passando dallo 0,6% del Pil nel 1963 all’1,37% nel 2026. Nonostante questi progressi, l’intensità degli investimenti resta inferiore a quella di Francia e Germania.
Il confronto con le principali economie europee
Secondo i dati dell’Istituto nazionale di statistica, la minore intensità di ricerca e sviluppo delle imprese italiane è parzialmente dovuta alle caratteristiche del sistema produttivo. L’attività di ricerca è condotta principalmente dalle imprese di dimensioni maggiori, nei settori industriali a tecnologia medio-alta e per servizi a elevata intensità di conoscenza.
Nel primo semestre del 2026, l’Italia ha investito solo 813 milioni di euro in venture capital contro i 44 miliardi del resto d’Europa. Questo dato rappresenta circa il 2% dell’Ue, un valore che non rispecchia affatto il nostro peso effettivo nella Unione.
Le criticità del sistema produttivo italiano
Le imprese italiane lamentano spesso i ritardi e le regole europee, ma hanno anche delle responsabilità. Secondo i dati forniti dall’osservatorio della Commissione Ue sulla ricerca e sviluppo, gli investimenti delle società europee nel settore sono cresciuti del 2,9% nel 2026.
Negli Stati Uniti l’aumento è stato del 7,8%, in Giappone del 7,1% e in Cina del 3,9%. Questa situazione ha portato a una discesa della Ue nella quota mondiale di investimenti in ricerca e sviluppo, dal 21,4% al 16,2% negli ultimi dieci anni. Gli Stati Uniti sono saliti dal 43,4% al 47,1%, mentre la Cina è passata dal 6,5% al 16,2%.
L’innovazione all’italiana
Più positivo appare il quadro dell’innovazione d’impresa. Nel triennio 2026-2026, oltre la metà delle aziende italiane con almeno dieci addetti ha introdotto innovazioni nella propria attività. Questo ha portato a una combinazione di innovazione di prodotto e di processo.
Il processo di digitalizzazione ha cambiato profondamente il modo di operare delle aziende. Tra il 2002 e il 2026, la quota di addetti delle imprese che utilizza dispositivi digitali connessi è quasi triplicata, passando dal 20,8% al 57,1%. Nonostante i progressi in questo ambito, l’Italia è in ritardo rispetto alle principali economie europee, particolarmente nel Mezzogiorno.
Le vendite online e l’adozione dell’intelligenza artificiale risultano ancora meno diffuse rispetto a quelle registrate nelle principali economie europee. Tuttavia, l’IA sta mostrando una crescita molto rapida, soprattutto tra le grandi imprese.
Le sfide future
La sfida dei prossimi anni sarà trasformare questa dinamica in una maggiore capacità di produrre conoscenza e tecnologia. È necessario aumentare gli investimenti in ricerca e sviluppo per colmare il gap che ancora separa l’Italia dalle economie europee più avanzate.
Forse si deve guardare a esempi come la Svezia e altri Paesi del Nord per iniziare a introdurre anche nelle scuole e nelle università una diversa cultura del rischio e dei potenziali fallimenti come strumenti per l’apprendimento.
Tuttavia, per competere a livello internazionale, è fondamentale aumentare gli investimenti in ricerca e sviluppo e promuovere una cultura del rischio e dell’innovazione.



