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27 Giugno 2026

Come valutare il potenziale di decarbonizzazione per migliorare i rendimenti

Scopri perché un scoring orientato al futuro, che misura il potenziale di decarbonizzazione, può trasformare l'allocazione del capitale e produrre extra-rendimento

Come valutare il potenziale di decarbonizzazione per migliorare i rendimenti

Negli ultimi anni la definizione di cosa renda davvero “green” un investimento è rimasta ambigua: i tradizionali rating ESG fotografano spesso la situazione passata e differiscono notevolmente tra le agenzie. Questo crea confusione per gli investitori, perché valutazioni diverse possono derivare da metriche differenti e da procedure poco trasparenti, spesso basate su questionari aziendali. In questo contesto diventa cruciale passare da una lettura statica a una lettura dinamica che enfatizzi il potenziale di decarbonizzazione, ovvero la capacità di un’impresa di ridurre le emissioni nel tempo; un concetto che qui intendiamo come decarbonization growth option.

Valutare solo le emissioni attuali rischia di tralasciare informazioni strategiche: un’azienda molto inquinante oggi potrebbe avere percorsi di miglioramento rapidi, mentre una già “verde” può aver esaurito i margini di progresso. Per questo motivo una misurazione del progresso verso obiettivi climatici permette di distinguere i casi in cui il valore futuro è sostanzialmente diverso dal valore presente. L’analisi empirica e teorica che segue mostra come indicatori costruiti con tecniche automatizzate e orientati al futuro possano migliorare l’allocazione del capitale e ridurre l’asimmetria informativa tra manager e mercato.

Perché i rating tradizionali non bastano

I metodi convenzionali di scoring ESG tendono a privilegiare rilevazioni storiche e dati autodichiarati, con scarso consenso tra fornitori di rating. Questo approccio genera rumore informativo: il medesimo emittente può ricevere punteggi molto diversi a seconda della metodologia utilizzata. Un limite chiave è che tali metriche non misurano il percorso di transizione, ma il punto di partenza; di conseguenza il mercato può allocare capitale in modo inefficiente. Per superare questi limiti servono indicatori che catturino la distanza rispetto a obiettivi futuri e la velocità di avanzamento, favorendo segnali verificabili e comparabili nel tempo.

Limiti metodologici

Tra i problemi pratici spiccano la scarsa trasparenza dei metodi, l’eccessiva dipendenza da questionari e la variabilità tra provider: tutti elementi che compromettono l’affidabilità dei rating ESG. Un indicatore alternativo dovrebbe essere costruito su dati estratti in modo automatizzato da documenti societari e trasformati in variabili quantitative, come il progress-to-target, che misura l’avanzamento verso obiettivi climatici prefissati. Solo così è possibile ridurre la discrezionalità e fornire agli investitori segnali più robusti e utilizzabili per la selezione dei titoli.

Indicatori forward-looking e risultati empirici

Una ricerca che sfrutta dati di una fintech che applica intelligenza artificiale mostra come costruire indicatori di potenziale di decarbonizzazione a partire dall’analisi automatizzata di report aziendali. Il campione comprende circa 1.300 imprese in 30 Paesi, tra Stati Uniti ed Europa, osservate nel periodo 2019–2026, e le metriche implementate quantificano la distanza dagli obiettivi climatici e la velocità di progresso. Questo approccio consente di generare segnali forward-looking non disponibili nei rating tradizionali, migliorando la capacità di discriminare imprese con reale potenziale di transizione.

Portafogli e performance

I ricercatori testano le metriche con modelli econometrici consolidati e costruiscono portafogli long-short: lunghe posizioni sulle aziende con punteggi migliori e vendite allo scoperto sulle peggiori. Il risultato è significativo: i portafogli basati sul potenziale di decarbonizzazione producono rendimenti superiori, intorno al +9% annuo al netto dei principali fattori di rischio, mentre strategie fondate sui rating tradizionali non mostrano un vantaggio statisticamente rilevante. L’effetto è più marcato in Europa e nel Regno Unito, e in settori come chimica, industria e beni strumentali, dove il margine di riduzione delle emissioni è maggiore.

Implicazioni per investitori e regolatori

La lezione pratica è che la credibilità dei piani di transizione pesa più dell’immagine corrente di “sostenibilità”. Per gli investitori ciò significa adottare una prospettiva dinamica sull’allocazione del capitale: non basta escludere società ad alta intensità di emissioni, conviene invece individuare quelle con maggiore capacità di cambiamento prima che il mercato ne prezzifichi il valore. Per i regolatori si profila l’urgenza di introdurre standard che richiedano non solo il reporting delle emissioni, ma anche disclosure verificabile sui piani di transizione e misurazione del progresso.

Lo studio, intitolato “Scoring in the Transition: A Signaling Model of Corporate Decarbonization”, firmato da Giacomo Bezzi, Mariano Massimiliano Croce, Ruben Fernandez-Fuertes e Gimede Gigante, è pubblicato su SSRN con data October 27, 2026. Il lavoro è disponibile alla pagina SSRN e cita il DOI http://dx.doi.org/10.2139/ssrn.5668232, offrendo spunti concreti per trasformare il modo in cui misuriamo e premiamo la transizione verso modelli d’impresa più sostenibili.

Autore

Edoardo Vitali

Edoardo Vitali ha coordinato la copertura della ristrutturazione del mercato ittico di Palermo, sostenendo la linea editoriale sulla trasparenza fiscale. Capo redattore economia, porta in redazione un tratto pragmatico e un dettaglio personale: conserva ancora taccuini degli incontri in Sala delle Lapidi.