Come valutare il potenziale di decarbonizzazione per migliorare i rendimenti

Scopri perché un scoring orientato al futuro, che misura il potenziale di decarbonizzazione, può trasformare l'allocazione del capitale e produrre extra-rendimento

Negli ultimi anni la definizione di cosa renda davvero “green” un investimento è rimasta ambigua: i tradizionali rating ESG fotografano spesso la situazione passata e differiscono notevolmente tra le agenzie. Questo crea confusione per gli investitori, perché valutazioni diverse possono derivare da metriche differenti e da procedure poco trasparenti, spesso basate su questionari aziendali. In questo contesto diventa cruciale passare da una lettura statica a una lettura dinamica che enfatizzi il potenziale di decarbonizzazione, ovvero la capacità di un’impresa di ridurre le emissioni nel tempo; un concetto che qui intendiamo come decarbonization growth option.

Valutare solo le emissioni attuali rischia di tralasciare informazioni strategiche: un’azienda molto inquinante oggi potrebbe avere percorsi di miglioramento rapidi, mentre una già “verde” può aver esaurito i margini di progresso. Per questo motivo una misurazione del progresso verso obiettivi climatici permette di distinguere i casi in cui il valore futuro è sostanzialmente diverso dal valore presente. L’analisi empirica e teorica che segue mostra come indicatori costruiti con tecniche automatizzate e orientati al futuro possano migliorare l’allocazione del capitale e ridurre l’asimmetria informativa tra manager e mercato.

Perché i rating tradizionali non bastano

I metodi convenzionali di scoring ESG tendono a privilegiare rilevazioni storiche e dati autodichiarati, con scarso consenso tra fornitori di rating. Questo approccio genera rumore informativo: il medesimo emittente può ricevere punteggi molto diversi a seconda della metodologia utilizzata. Un limite chiave è che tali metriche non misurano il percorso di transizione, ma il punto di partenza; di conseguenza il mercato può allocare capitale in modo inefficiente. Per superare questi limiti servono indicatori che catturino la distanza rispetto a obiettivi futuri e la velocità di avanzamento, favorendo segnali verificabili e comparabili nel tempo.

Limiti metodologici

Tra i problemi pratici spiccano la scarsa trasparenza dei metodi, l’eccessiva dipendenza da questionari e la variabilità tra provider: tutti elementi che compromettono l’affidabilità dei rating ESG. Un indicatore alternativo dovrebbe essere costruito su dati estratti in modo automatizzato da documenti societari e trasformati in variabili quantitative, come il progress-to-target, che misura l’avanzamento verso obiettivi climatici prefissati. Solo così è possibile ridurre la discrezionalità e fornire agli investitori segnali più robusti e utilizzabili per la selezione dei titoli.

Indicatori forward-looking e risultati empirici

Una ricerca che sfrutta dati di una fintech che applica intelligenza artificiale mostra come costruire indicatori di potenziale di decarbonizzazione a partire dall’analisi automatizzata di report aziendali. Il campione comprende circa 1.300 imprese in 30 Paesi, tra Stati Uniti ed Europa, osservate nel periodo 2019–2026, e le metriche implementate quantificano la distanza dagli obiettivi climatici e la velocità di progresso. Questo approccio consente di generare segnali forward-looking non disponibili nei rating tradizionali, migliorando la capacità di discriminare imprese con reale potenziale di transizione.

Portafogli e performance

I ricercatori testano le metriche con modelli econometrici consolidati e costruiscono portafogli long-short: lunghe posizioni sulle aziende con punteggi migliori e vendite allo scoperto sulle peggiori. Il risultato è significativo: i portafogli basati sul potenziale di decarbonizzazione producono rendimenti superiori, intorno al +9% annuo al netto dei principali fattori di rischio, mentre strategie fondate sui rating tradizionali non mostrano un vantaggio statisticamente rilevante. L’effetto è più marcato in Europa e nel Regno Unito, e in settori come chimica, industria e beni strumentali, dove il margine di riduzione delle emissioni è maggiore.

Implicazioni per investitori e regolatori

La lezione pratica è che la credibilità dei piani di transizione pesa più dell’immagine corrente di “sostenibilità”. Per gli investitori ciò significa adottare una prospettiva dinamica sull’allocazione del capitale: non basta escludere società ad alta intensità di emissioni, conviene invece individuare quelle con maggiore capacità di cambiamento prima che il mercato ne prezzifichi il valore. Per i regolatori si profila l’urgenza di introdurre standard che richiedano non solo il reporting delle emissioni, ma anche disclosure verificabile sui piani di transizione e misurazione del progresso.

Lo studio, intitolato “Scoring in the Transition: A Signaling Model of Corporate Decarbonization”, firmato da Giacomo Bezzi, Mariano Massimiliano Croce, Ruben Fernandez-Fuertes e Gimede Gigante, è pubblicato su SSRN con data October 27, 2026. Il lavoro è disponibile alla pagina SSRN e cita il DOI http://dx.doi.org/10.2139/ssrn.5668232, offrendo spunti concreti per trasformare il modo in cui misuriamo e premiamo la transizione verso modelli d’impresa più sostenibili.

Scritto da Edoardo Vitali

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