Il panorama dell’accesso al credito per le piccole e medie imprese italiane ha subito negli ultimi mesi due pressioni parallele: da un lato il nuovo ciclo di rialzi dei tassi deciso dalla BCE dall’altro il processo di aggregazione tra istituti che modifica la mappa degli sportelli e delle relazioni locali. Queste dinamiche stanno producendo un effetto combinato che rende più oneroso ottenere finanziamenti e meno probabile che le banche mantengano una conoscenza diretta delle imprese.
La questione è al centro di preoccupazioni espresse da rappresentanti delle imprese locali, che sottolineano come l’aumento del costo del denaro arrivi in una fase in cui molte aziende stanno ancora gestendo gli impatti della stretta monetaria iniziata nel 2026. A completare il quadro ci sono segnali concreti sul mercato del credito: tassi medi applicati alle imprese crescenti e un calo nei prestiti alle micro e piccole imprese a livello nazionale.
L’effetto combinato dei rialzi della BCE e della concentrazione bancaria
La decisione della BCE di incrementare i tassi ha un impatto diretto sul prezzo dei prestiti: ad aprile 2026 il tasso medio applicato alle imprese è salito al 3,65% rispetto al 3,49% di marzo. Per le operazioni di importo contenuto, tipiche delle micro e piccole imprese (finanziamenti fino a 125.000 euro), il costo del credito risulta ancor più gravoso. Allo stesso tempo, il processo di concentrazione nel sistema bancario modifica i rapporti territoriali: operazioni di fusione e aggregazione tendono a spostare le decisioni strategiche lontano dalle filiali e dai territori in cui le imprese operano.
Perdita della relazione territoriale e merito di credito
Quando le scelte vengono prese su basi più centralizzate, si rischia di perdere quella conoscenza diretta delle attività locali che spesso integrava le valutazioni finanziarie tradizionali. Per molte imprese artigiane e piccole realtà produttive il rapporto con la banca non è solo una lista di bilanci: è un dialogo che periodicamente chiarisce esigenze, piani di investimento e capacità operative. La riduzione di banche radicate nei territori può quindi tradursi in una valutazione più rigida basata esclusivamente su indicatori e algoritmi, con conseguenze sul merito di credito.
I numeri del credito e l’impatto sulle microimprese
I dati recenti mostrano segnali concreti: a marzo 2026 i prestiti alle piccole imprese sono diminuiti del 4,3% su base annua, mentre i finanziamenti alle aziende medio-grandi hanno registrato una crescita del 3,4%. Questo scarto evidenzia una divergenza nell’accesso al credito che penalizza le realtà più piccole, proprio quando sono chiamate a investire in digitalizzazione e transizione green.
La contrazione dei finanziamenti per le microimprese comporta rischi per l’innovazione e per i progetti di ristrutturazione produttiva. A fronte di tassi più elevati, molti investimenti in macchinari, efficienza energetica o processi digitali diventano meno sostenibili dal punto di vista finanziario, con un potenziale rallentamento della competitività del tessuto produttivo locale.
Settori e dimensioni colpite
Le conseguenze più evidenti si osservano nelle imprese con bisogno di finanziamenti di taglio medio-piccolo: attività artigianali, negozi, piccole imprese manifatturiere e molte startup territoriali. Queste realtà, spesso con garanzie limitate e profili di rischio diversi rispetto alle grandi aziende, trovano oggi condizioni di accesso peggiori e costi più alti rispetto a imprese di maggiori dimensioni.
Risposte di mercato: accordo Assofranchising–Banco BPM e prospettive per il franchising
In parallelo al peggioramento delle condizioni generali, sul fronte dell’offerta finanziaria emergono iniziative mirate. Durante il Franchising Summit 2026 svoltosi il 18 giugno, è stato siglato un accordo tra Assofranchising e Banco BPM per facilitare l’accesso al credito ai franchisee. L’intesa prevede un servizio dedicato del dipartimento specializzato nel franchising della banca, volto a valutare la sostenibilità dei modelli di business dei marchi affiliati e a semplificare le istruttorie per i finanziamenti necessari all’avvio e allo sviluppo delle attività.
Il franchising nel 2026 ha dimostrato una resilienza importante: con un giro d’affari di 39 miliardi di euro e indicatori di crescita dell’occupazione, il comparto rappresenta l’1,7% del PIL. L’intesa con una banca nazionale specialistica può quindi migliorare l’accesso al credito per una porzione significativa di imprese che operano con modelli consolidati e replicabili.
Questa soluzione settoriale sottolinea come, in un contesto di costi finanziari crescenti e di banca sempre più centralizzata, possano nascere percorsi differenziati per sostenere specifici segmenti produttivi. Tuttavia, rimane aperta la questione della copertura sistemica delle esigenze finanziarie delle micro e piccole imprese che non rientrano in schemi replicabili come il franchising.
Il nodo centrale resta la necessità di mantenere canali di credito adeguati e relazioni territoriali per non perdere la capacità di sostenere gli investimenti delle imprese più piccole.



