Mappa dell’Export 2026 di Sace: opportunità, rischi e strategie per il Made in Italy

Sace lancia la Mappa dell’Export 2026, un mappamondo digitale che integra indicatori su circa 200 paesi per orientare esportatori e investitori italiani

La Mappa dell’Export 2026 di SACE è uno strumento digitale pensato per orientare le imprese italiane nei mercati esteri: una piattaforma interattiva che mette insieme indicatori di rischio e opportunità per quasi 200 paesi. Valuta il rischio di credito e politico e stima il potenziale di export e investimento, aiutando le aziende a decidere dove investire risorse e quale tipo di copertura adottare. Al tempo stesso collega trend globali — dalla ristrutturazione delle filiere all’avanzamento dell’intelligenza artificiale — con rischi strutturali di lungo periodo.

Dietro l’interfaccia c’è un set integrato di indicatori che combina numeri e giudizi qualitativi. Ci sono moduli dedicati al rischio sovrano, al rischio paese e alla vulnerabilità delle catene di fornitura; le metriche sono state ritoccate per distinguere meglio ciò che è ciclico da ciò che è strutturale. Rispetto all’edizione precedente sono stati introdotti aggiornamenti metodologici, con un’attenzione specifica al potenziale di export nei settori ad alta intensità tecnologica.

Sul piano globale la lettura è cautamente ottimista. Il commercio mondiale ha resistito meglio delle attese, spinto da importazioni anticipate e da flussi legati all’innovazione. Però il quadro resta fragile: nuove barriere commerciali o un calo degli investimenti nelle tecnologie abilitanti potrebbero ridurre i volumi e comprimere le prospettive dei settori più avanzati. Per questo la valutazione paese per paese rimane cruciale: solo così è possibile quantificare esposizioni finanziarie e politiche e progettare soluzioni assicurative e finanziarie su misura.

Il rischio di credito appare nel complesso stabile, ma con forti disomogeneità. Alcuni mercati mantengono punteggi invariati, altri migliorano e alcuni peggiorano in modo significativo. Per le imprese la risposta pratica è chiara: adottare un approccio selettivo e diversificare i mercati, scegliere coperture contro l’insolvenza e calibrare gli strumenti finanziari sul profilo di rischio di ciascun paese. La diversificazione geografica resta la leva più efficace per limitare la vulnerabilità a shock localizzati.

Il rischio politico supera i confini dei teatri di guerra. Governi fragili, livelli elevati di debito o scelte fiscali imprevedibili possono generare volatilità finanziaria e ripercussioni sulle imprese. La Mappa integra indicatori in grado di cogliere queste dinamiche, mettendo in relazione il contesto politico-economico con segnali finanziari per stimare possibili effetti su business e filiere.

Lo strumento evidenzia scenari regionali molto differenti: alcune aree restano fondamentali per il Made in Italy, altre offrono opportunità con profili di rischio specifici. L’analisi incrocia dati macroeconomici e indicatori di vulnerabilità per valutare l’impatto su ordini, investimenti e supply chain, suggerendo strategie mirate per regioni e settori diversi.

Alle Americhe si osservano due velocità. Il Nord America continua a essere un mercato di riferimento per le esportazioni italiane, grazie a una domanda interna solida e a progetti nei settori tecnologici e infrastrutturali; il Canada spicca per iniziative legate alle tecnologie verdi e al digitale. In America Latina, la presenza di materie prime critiche e il rafforzamento dei legami con l’UE aprono spazi interessanti: Brasile e Messico svolgono ruoli differenti, il primo come grande mercato interno, il secondo come nodo nelle catene del Nord America.

Europa, Medio Oriente, Africa e Asia mostrano profili variegati. Nei Balcani e in Turchia si registrano opportunità in infrastrutture e manifattura con rischi medi; il Medio Oriente — su tutti Emirati e Arabia Saudita — concentra mega-progetti e programmi di diversificazione economica. In Africa si vedono corridoi infrastrutturali e iniziative di cooperazione che rendono la regione sempre più strategica; l’Asia resta invece cruciale per la resilienza manifatturiera di Cina, India e Paesi ASEAN e per la domanda di prodotti ad alto valore aggiunto.

Dal campo emergono conferme pratiche: bandi infrastrutturali nei Balcani, grandi commesse nel Golfo, progetti transfrontalieri in Africa e una domanda asiatica orientata a prodotti di qualità. Questo mix di investimenti pubblici e piani industriali spiega perché molte filiere italiane, soprattutto quelle legate alla manifattura avanzata, stanno trovando nuove destinazioni.

Anche gli attori coinvolti sono variegati: partnership locali con imprese europee nei Balcani e in Turchia, società statali e conglomerati nel Medio Oriente, multilaterali e contractor internazionali per i corridoi africani, e imprese asiatiche nei principali mercati. Una composizione che moltiplica le opportunità ma richiede una gestione attenta dei rischi politici e operativi.

Scritto da AiAdhubMedia

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